• Paolo Mirri

Psicoterapia Razionalista: costruire un nuovo modo di pensare.

Aggiornamento: 14 feb

Il Cognitivismo Razionalista (o Standard, talora chiamato semplicemente CBT) è l’approccio più famoso della corrente Cognitivo Comportamentale.


E’ un approccio originariamente molto anglosassone, con un ruolo del terapeuta decisamente direttivo e caratterizzato dai “task”, i compiti da svolgere fuori dal contesto seduta che lo psicoterapeuta lascia al paziente.


Io nel mio lavoro, nel quale tendo spesso ad integrare modelli, utilizzo molto parzialmente questo tipo di approccio per il fatto che la relazione terapeutica Costruttivista è molto diversa e la visione generale della mente umana proposta nel Razionalismo (per quanto io la trovi affascinante) spesso si adatta male al mio approccio principale.


Tuttavia a volte ne prendo in prestito le tecniche, le quali sono sicuramente uno degli aspetti che ha reso il Razionalismo un po’ la “corrente principe” della psicoterapia Cognitivo Comportamentale.


In questo articolo ti spiegherò brevemente gli assunti teorici della corrente e come ci si può immaginare questo tipo di psicoterapia, la quale come obiettivi ha quello di portare il paziente verso un nuovo modo di pensare.



La Mente Razionale e Irrazionale



C’è una concezione di fondo nella corrente Razionalista: l’Uomo interpreta il mondo sulla base dei suoi schemi mentali. La nostra visione delle cose quindi è filtrata, a volte distorta, dagli schemi mentali che ci siamo costruiti durante la nostra vita.


Nella vita ci sono degli eventi, questi sono interpretati dalle lenti dei nostri schemi mentali e successivamente proviamo delle emozioni che scaturiscono da questa interpretazione, infine orientiamo dei comportamenti.


Questo postulato di base ci pone davanti agli occhi l’aspetto più importante del Razionalismo: La nostra Identità Personale, il nostro Sé, è primariamente un mondo ideico (Beck,1984).


Questo non vuol dire assolutamente che qualsiasi pensiero che ci passa per la testa sia necessariamente parte del nostro nucleo identitario. Al contrario, spesso sono semplicemente pensieri che emergono rispetto ad alcune emozioni, o semplicemente sono casuali.


Il mondo delle idee che compone il nostro nucleo identitario è composto più da idee automatiche, che vivono in noi sotto forma di regole.


Attorno a questo nucleo ideico si trovano oggetti caricati di parti di noi stessi, ovvero argomenti importanti per noi ai quali doniamo un senso particolarmente identitario. I nostri temi di vita.


In una visione Razionalista troviamo il sintomo psicologico come un’emozione non riconosciuta che scaturisce da un’idea con forti connotazioni identitarie e che presenta nella sua formulazione dei difetti rispetto a come funziona la realtà.


Presento degli esempi totalmente inventati ma verosimili.


Se l'idea di base è: “Devo sforzarmi per farmi amare” potrò provare stupore se mi viene dato affetto e credo di non aver fatto niente di ché per essere amato, abnegazione verso il partner dal quale mi sento riconosciuto amabile, rabbia intensa/tristezza se mi sento rifiutato, paura di intrecciare un rapporto significativo. Oppure depressione, se sente di aver perso per propria colpa la persona che lo amava.


Se considero una condizione “reale”, nella quale i rapporti sono molto più complicati rispetto a come vengono rappresentati in questa idea, chiaramente possiamo trovare vari vizi di fondo.


Una doverizzazione su una dimensione di sforzo assoluto che non necessariamente considera la prospettiva dell’altro o i suoi bisogni, ma vede unicamente cosa posso fare per guadagnare affetto.


Inoltre di fondo lo scarso valore personale, su quali basi si fonda? Sembra che questa mancanza di valore sia assoluta e non venga relativizzata.


Altro esempio: “Se sono solo divento vulnerabile”. Qui troviamo un tema sul quale la persona potrà provare paura da solo o se lasciato, proverà ansia alla minaccia di separazione, sentirà il bisogno di tenersi gli altri vicini, ma non troppo per non sentirsi troppo dipendente. Forse potrà confondere la tristezza come una condizione fisica di debolezza, e quindi ricorrere agli altri per farsi soccorrere. Oppure panico, quando sente vacillare i propri punti di riferimento e deve richiamarli.


Anche in questo caso il mondo è rappresentato con delle tinte che sono troppo minacciose e la persona sarà portata a vivere troppo nel futuro onde evitare danni. Anche la sua dimensione personale è troppo assoluta, come se la debolezza o la forza fossero delle dimensioni totalizzanti di un individuo e non dei particolari, peraltro relativi al tipo di contesto sul quale vengono messe alla prova le nostre forze.


Ho fatto due esempi, ma chiaramente possono essere i più vari, oserei dire quasi infiniti, in quanto ognuno di noi ha le proprie personalissime regole di base.



In psicoterapia Razionalista quindi cosa facciamo?



Lo psicoterapeuta ed il paziente hanno un rapporto non molto simmetrico. Il terapeuta fondamentalmente deve fare in modo che il paziente corregga le proprie idee automatiche fallaci e imposti un nuovo modo di pensare.


Da questo tipo di impostazione il paziente proverà emozioni diverse dai sintomi, o comunque emozioni dolorose più attenuate e più ragionate.


Il modo attraverso il quale psicoterapeuta e paziente raggiungeranno una correzione dei pensieri sarà soprattutto il dialogo maieutico e razionale sui pensieri stessi del paziente e l’applicazione delle tecniche di riconoscimento emozionale al di fuori della seduta.


Ci possiamo immaginare una seduta di questo tipo come un dialogo piuttosto serrato nel quale si discutono argomenti molto profondi, talora non del tutto consapevoli. Queste idee non vengono semplicemente raccontate ma sono sottoposte al vaglio della realtà.


 

BIBLIOGRAFIA


Aaron T Beck (1984) Principi di terapia cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi, Roma: Astrolabio.


 

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