• Paolo Mirri

Quando è utile lo psicologo?

Aggiornamento: 14 feb

La prima risposta, telegrafica, e sicuramente più netta è: quando stai male con te stesso ed hai bisogno di un ascolto per il quale ritieni che sia necessaria la figura di un professionista qualificato.


Adesso però provo ad argomentare, e a farti una riflessione un po' più approfondita sulla cosa.


La figura dello psicologo è socialmente molto giovane, mal delineata da ciò che viene presentato dai mass media e, dal canto nostro, forse ci sappiamo presentare non troppo bene nel contesto sociale e della comunicazione.


Un dubbio quindi che può sorgere può essere questo: ma effettivamente, quando è utile questo psicologo? Devo essere per forza “matto” per andarci?


Molto spesso lo psicologo e lo psicoterapeuta sono associati al così detto “disturbo mentale”. La psicoterapia è vista come una pratica per lavorare sul sintomo psicologico ed uscire dalla sofferenza.


In molti casi effettivamente è così: la persona si presenta con una sofferenza alla quale non riesce dare un nome. Lo psicologo/psicoterapeuta la aiuta a rendersi conto di cosa le sta succedendo ed impostano una relazione sulla base di obiettivi concordati insieme.


Vediamo quindi come la psicoterapia e la sofferenza psichica siano intimamente legate.

La persona va dallo psicologo quando soffre psicologicamente, nel suo intimo, e avverte il bisogno di sentirsi ascoltato per cambiare qualcosa di sé stesso.


Lo psicologo utilizza come tecnica preferenziale l’ascolto e il dialogo ma sa impostare la relazione col paziente in modo da configurare un atto sanitario a tutti gli effetti.



Quando il sintomo è nascosto o ci sono varie "aree di grigio" tra patologia e "normalità".



Lo psicologo però è utile anche in situazioni che non sono (direttamente e/o esplicitamente) riconducibili ad un sintomo psicologico. Troviamo situazioni nelle quali la persona si presenta con problematiche che insorgono nel contesto lavorativo, allora si cerca di dare un senso alla cosa e si vede come questi fatti possono inserirsi nel modo di essere della persona.


Anche la coppia spesso va in terapia, non sempre abbiamo necessariamente un sintomo psicologico netto e ben definito. Spesso le persone presentano dubbi, hanno litigi, problemi relazionali, questioni in sospeso sulle quali ad un certo punto della loro storia hanno bisogno di dirimere determinati fili.


Spesso le persone arrivano in seduta con uno stato di malessere non definito ma che condiziona fortemente la loro vita quotidiana. La richiesta, fondamentalmente, è quella non solo di alleviare la sofferenza, ma di dare una forma a questo malessere, a capirci qualcosa di più per esserne maggiormente padroni.


Altri tipi di persone con elevata consapevolezza invece vengono in seduta quando si rendono effettivamente conto che il loro è un problema emotivo (esempio: controllo della rabbia, paure varie, lutti, separazioni, ecc..) e che vogliono esaminarlo più a fondo e trovare loro risorse per stare meglio.



Quali di queste persone sono francamente sintomatiche e quali no?



La psichiatria nella storia ha ben descritto i disturbi psichiatrici. Molto spesso però nello studio dello psicologo ci si muove in un territorio di confine tra ciò che potremmo definire una psicopatologia e ciò che è troppo sfumato per esserlo.


Una persona che sta male ma che non sa definire cosa prova, perché è troppo sfumato, apparentemente poco coerente, molto vario, e a volte gli sembra che siano in parte gli altri a causargli quello stato psicologico disturbante spesso è il paziente tipico che si può trovare in uno studio privato.


In questo caso spesso facciamo in modo che la persona possa “riappropriarsi” della propria sofferenza, che sappia riconoscerla e che possa trovare un proprio modo per superare le situazioni per lui problematiche. Questo è un classico caso molto probabilmente sintomatico, ma che spesso "sfugge" alle diagnosi della psichiatria classica.


In tutta franchezza io non penso che, generalmente, per il paziente non sia importante sapere se è sintomatico o meno. Identificare il sintomo è lavoro del terapeuta, il quale si farà poi un piano terapeutico.


Ciò che si richiede al paziente non è l'autodiagnosi, ma semmai un rapporto collaborativo.


In conclusione lo psicologo è utile in moltissimi contesti clinici (sintomatologie psicologiche con sofferenze ben definite) e le "aree di grigio" delle situazioni esistenziali.


Quando un individuo si rende conto che il suo malessere non è casato solo dall’esterno, ma sente di dover lavorare su delle risorse sue, interne, per poterlo affrontare, allora è un buon punto di partenza perché pensi di ricorrere ad uno psicologo psicoterapeuta. Lì può essere utile.


Ci si renderà conto quindi che l’obiettivo non sarà eliminare la sofferenza dalla propria vita (ovviamente impossibile!) ma maturare le proprie risorse per riconoscerla e saperla modulare.


In poche parole chi viene dallo psicologo è una persona sofferente ma spesso dotata di una certa predisposizione a farsi delle domande su sé stesso.


Una persona capace di dubitare.


 

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